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I giardini di Archimede di Priverno

Il Museo interattivo delle scienze di Foggia

La città della scienza di Napoli

Explora: il museo dei bambini di Roma

La città dei bambini di Genova

L'Immaginario scientifico di Trieste

Museo del Balì di San Martino di Saltara


La scienza nasce hands-on: con le "mani in pasta", come i francesi amano tradurre. Se accettiamo il fatto che fu Galileo a tenerla a battesimo, la scienza moderna nasce col cannocchiale in mano. Ma anche se vogliamo spostare il Natale più indietro nel tempo, non c'è scienza senza strumenti per osservare, misurare, leggere il mondo. Strumenti tenuti insieme con lo scotch (almeno dopo l'invenzione di quest'ultimo) spesso grezzi, artigianali, sporchi: il camicie, gli scienziati, non se lo sono messi a caso...

Così, se da un lato la storia della scienza può a buon ragione essere messa in bacheca per essere conservata e trasmessa attraverso i secoli, la scienza deve invece restare viva, dinamica, anche se grezza e un po' artigianale. Fu sempre così quella prodotta nei laboratori, ma era così anche quando veniva mostrata nelle wunderkammer o nei salotti dove le dame restavano affascinate dai fenomeni elettrostatici, o quando Faraday dedicava il suo tempo a convincere la popolazione londinese delle potenzialità delle sue scoperte sull'elettricità.

Anche i musei della scienza nascono con le "mani in pasta". Il Palais della Découverte fu fondato a Parigi nel 1937 per permettere a "operai che non hanno potuto accedere alle scuole riservate ai privilegiati e che, messi in contatto con una scienza resa viva e vivace, si rivolgeranno verso quegli studi che è compito del potere pubblico promuovere". A convincerli, decine di giovani studiosi sempre pronti a far realizzare al pubblico gli esperimenti chiave della scienza moderna.

Viva e vivace, con macchine in movimento utilizzabili dai visitatori: sono i principi secondo cui doveva essere esposta la tecnologia al Deutsches Museum di Monaco (1925). Persino il nostro Museo della Scienza e Tecnologia di Milano già negli anni 1950 intendeva esporre “non morte documentazioni, ma strumenti vivi e parlanti [che devono] obbedire al più assoluto rigore scientifico e nel tempo stesso raggiungere la comprensività, colpire la fantasia…”.

Poi, nel 1969, a San Francisco, l'incontro fra un fisico con la passione per la didattica (Frank Oppenheimer), un percettologo britannico (Richard Gregory) e una banda di giovani appassionati e creativi (fine anni 1960: San Francisco era il centro della contestazione...) trasforma un capannone industriale nel primo moderno science center, l'Exploratorium.
L'Europa segue a ruota, e fra gli anni 1980 e il 2000 i science center hanno un vero boom demografico. L'Italia partecipa alla prima ondata con l'Immaginario scientifico di Trieste, ma poi tutto si ferma o rimane confinato a mostre temporanee come Experimenta a Torino, i giocattoli e la scienza, le ruote quadrate e altre iniziative encomiabili, ma isolate. Oggi è diverso: a Napoli c'è un vero, grande science center, mentre centri piccoli ma attivi operano a Roma come a Foggia, a Perugia come a Genova.

Se le piccole e medie imprese sono il fiore all'occhiello della nostra economia, saranno i Piccoli e Medi Science Center il motore dell'innovazione culturale della scienza in pubblico italiana?